Questa mattina la prima cosa che mi è successa è stata di incazzarmi con mio figlio che ha 15 anni.Non è possibile che debba portare i jeans abbassati a metà glutei con gli slip a vista, anche se ne ha  di carini .E così  ogni volta che lui sta per uscire, gli ripeto mettiti una cintura che sei indecente ma lui non mi ascolta.Un pò di tempo fà gli ho comprato una cintura molto carina, ma è ancora nel suo scatolino .Cmq nel bel mezzo della discussione mi è arrivata la telefonata di mia madre, le dico ciò che stava succedendo pregandomi di richiamarmi.Allora lei mi dice, facevano  bene ai miei tempi che usavano la” curescia “la chè?”””””sì , così ubbidivano ai genitori.Io sono Tarantina ma il dialetto, lo conosco poco e lo parlo pochissimo.Mio padre ha sempre parlato in italiano con noi figli,la zilata di casa è mia madre. …Quindi  tornando alla cintura: Accessorio di abbigliamento nato dalla necessità di tener su i pantaloni
 era anche un mezzo  per impartire l’educazione a i figli usata come mezzo di correzione improprio, quanto inutile.Quando la mamma diceva: Ci no’ a spicce u’ diche a ‘tanete (se non la smetti lo dico a tuo padre ) la situazione era tale da richiedere “mezzi” che la mamma non aveva… e siccome raramente questa frase sortiva i risultati sperati  spesso il padre era costretto ad intervenire e l’esordio era: “Ci no’ a spicce me ‘lèv’a curèscia!….” (se non la smetti mi tolgo la cintura )  la frase intimidatoria che riusciva a fermare l’esuberanza dei bambini, ma non tutti e per i più grandi bisognava ripeterla ricordandone le conseguenze:
“Ci no’ a spicce me ‘lèv’a curèscia! .…  ma a volte non bastava neanche questo e per gli irriducibili  prima o poi la temuta minaccia diventava “dolorosa” realtà…………Ma dite che sbagliavano?………

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